A posteriori
Si dice che la tempestività sia fondamentale per risolvere i crimini: esaminare prove, interrogare testimoni, indagare sulle persone coinvolte e seguire le varie piste il più rapidamente possibile... insomma, battere il ferro finchè è caldo può fare la differenza tra l'ingabbiare un colpevole e il dover riporre in magazzino una o più scatole di prove e rapporti in attesa di tempi migliori.
Procedura, quest'ultima, che va parecchio a cozzare contro le regole del poliziesco televisivo, dove se proprio non si riesce ad arrestare un cattivastro la colpa deve essere del sistema o di qualche avvocato puzzone e non di carenze dei Nostri.
Ma, avendo questo post per oggetto un telefilm che si basa esclusivamente sulla soluzione di casi (in maggioranza, omicidi) che qualcuno in passato non aveva saputo/potuto chiudere, avere ettometri di scaffali pieni di roba lasciata in sospeso a tempo indeterminato è il minimo.
L'invidiabile primato va al dipartimento di polizia di Philadelphia, la città dell'amore fraterno e degli omicidi irrisolti, ove per fortuna lavorano i protagonisti di Cold Case, serie che ha debuttato nel 2003 sulla CBS (ora è alla terza stagione) e qui in Italia l'anno scorso su Rai2, al sabato sera (in queste settimane va in onda la seconda).
Ennesimo buon prodotto passato dalle competenti mani produttorie di Jerry Bruckheimer, ogni puntata inizia con una nuova prova/informazione riguardo a una morte avvenuta in un passato più o meno remoto, le indagini relative alla quale sono andate nella direzione sbagliata o non sono approdate a nulla di concreto. A partire da questa, tutti gli incartamenti relativi vengono tirati fuori dalle rispettive scatole e viene applicato un supplemento d'indagine che di solito porta, dopo aver rimestato ben bene nel torbido, alla risoluzione della faccenda.
Ma come si svolgono indagini a volte lontane decenni dai fatti cui si riferiscono? Visto che delle prove fisiche non resta granchè, in massima parte ci si affida alle testimonianze e ai ricordi di chi c'era, spesso rimbalzando dall'uno all'altro fino a trovare qualche contraddizione o un particolare che era sfuggito o che non era stato considerato con la dovuta attenzione, a suo tempo. Dopo tutto, uno sguardo dato da un punto di vista diverso e da qualcuno differentemente coinvolto, può permettere lo sviluppo di un nuovo filone d'indagini che porti finalmente alla verità.
Questo, riguardo all'impostazione delle storie, le quali non si sviluppano certo a gran velocità, anzi...
Ma il bello di queste serie non sta di sicuro nel ritmo, quanto più nella sapiente costruzione degli scenari: una parte fondamentale della singola puntata si svolge infatti sotto forma di flashback, sia all'inizio, quando vengono presentati vicenda e protagonisti, sia durante gli interrogatori, quando questi ultimi rievocano le scene a cui hanno assistito/partecipato, in un'alternanza tra passato e presente che permette allo spettatore di godersi, e in qualche modo partecipare, alla graduale scoperta della verità.
Cosa che si traduce in una consistente mole di lavoro per ogni puntata: in particolare per la ricostruzione delle ambientazioni adeguate all'anno preso in esame che, oltre naturalmente alla fotografia e a oggetti d'uso comune, mezzi di trasporto, abbigliamento et cetera, spesso include anche un differente tipo di regia, un'accurata scelta della colonna sonora (che, forse più di ogni altra cosa, fa "sentire" il periodo a chi assiste) e di casting, per trovare versioni differenti nel tempo ma simili (per rendere l'invecchiamento) di alcuni dei protagonisti.
Quest'ultimo procedimento si fa più incisivo a fine puntata, quando, di solito col brano più struggente dell'epoca in sottofondo, si tirano le fila della storia e per qualche secondo si alternano le versioni passato/presente dei vari personaggi, vittima inclusa... che poi svanisce, come se avesse voluto assistere alla conclusione.
Costretti a venire ogni giorno a contatto con umane meschinità e vite devastate, non è che i componenti del cast fisso abbiano tanto da stare allegri, viste anche le vicende personali (ben poco note, almeno all'inizio, e tenute alla larga dal lavoro) che gli scrittori hanno appioppato loro e che li spingono a buttarsi nelle indagini: innanzi tutto la protagonista, la detective Lily Rush (interpretata da Kathryn Morris), che sprizza neuroni e comprensione dell'animo umano da tutti i pori, ma si trascina dietro un'infanzia difficile, con tanto di madre alcolista e guai economici, e più avanti esperienze di coppia niente affatto felici, una sorella portaguai e rapporti sociali piuttosto carenti.
Poi il capo della squadra, il tenente Stillman (John Finn), lasciato dalla moglie e in difficoltà a rapportarsi con la figlia ormai adulta, e i colleghi detective Will Jeffries (Thom Barry), vedovo e paterno, dalla notevole esperienza sul campo, Nick Vera (Jeremy Ratchford), con un divorzio in ballo, una certa tendenza alcolica e modi spicci, e Scotty Valens (Danny Pino), volitivo ultimo arrivato che ha avuto il suo bel da fare prima con la fidanzata malata di mente (morta suicida) e poi nel portare avanti un rapporto con la sorella di Lily.
Insomma, a parte una o due puntate in cui la storia si è persa per strada e il dubbio su come facciano a beccare sempre gente che si ricorda anche i minimi particolari di fatti successi anni e anni prima, a parer mio la serie risulta guardabilissima... certo, non uscirà mai (o almeno, la cosa non è in programma) in dvd, visti i costi esorbitanti per i diritti della colonna sonora, ma ci si può accontentare di una programmazione senza scossoni e di un doppiaggio all'altezza.
























