19 luglio 2009

Espresso

Il cruccio più grande dei consumatori compulsivi di Pocket Coffee è che d'estate non si trova, assieme al resto delle praline Ferrero.
Se si può resistere a qualche mese senza Rocher e, seppur con maggiore fatica, anche senza Rondnoir (che sono stati una delle rare, rinfrancanti oasi di gusto nell'ultimo anno di astinenza), rinunciare alla frustata energizzante di caffè e cioccolato, che a volte è l'unico modo per svegliarsi decentemente, è più complicato di quanto possa sembrare. Da cui la ramazzata di fine primavera ai supermercati per tenersene qualcuno da parte e/o le sortite presso i bar o i tabaccai meno ligi all'arrivederci a settembre.
Quest'anno invece è spuntata una soluzione alternativa, nella plastica forma di "Pocket Espresso TO GO".
Che roba è? In pratica trattasi di una vaschetta, leggermente più grande del canonico Pocket Coffee, con cannuccia (lunga sui 5 cm) inclusa, grazie alla quale, forando la parte superiore, si può bere un sorso o poco più di caffè al cioccolato.
A stupire in positivo è che il sapore è esattamente identico a quello del ripieno liquido della pralina originaria, che pensavo venisse acquistato dal caffè restando un tempo indefinito a stretto contatto col cioccolato.
Meno gradevole, la resa in termini di quantità: immagino che abbiano fatto i conti in modo che il contenuto sia esattamente lo stesso del Pocket Coffee, col risultato però che questo, senza il cioccolato da continuare a mangiare a maggior godimento, sembra pochissimo.

16 luglio 2009

HP6

Andare a guardare Harry Potter e il Principe Mezzosangue mi ha ricordato perché ormai frequento i cinema assai di rado, a orari inconsulti e in mezzo alla settimana.
Inutilmente perché, anche se erano le tre del pomeriggio e anche se era giovedì, e anche se ho preso un biglietto in sesta fila, non ho potuto evitare la vicinanza di rosicchiatori, commentatori, ridacchiatori, finitori di dialoghi, passatori davanti, sieditori scomposti (ove per scomposti si intende coloro che mettono i piedi contro la spalliera della poltrona davanti). Tanto per gradire, anche quattro telefonate che hanno fatto tremare quel trattore travestito da telefono che mi porto dietro per buona parte del secondo tempo.

Sorvolando sulle sgradevolezze di contorno, il film si pone sulla falsariga dei due precedenti, ovverossia un "taglia, cuci e riduci" che tenta di condensare in due ore e mezza un mucchio di cose, eliminandone per forza svariate altre, senza per questo riuscire ad amalgamare decentemente quelle che tiene.
La scelta del cosa trattare conduce gran parte della storia verso il teen movie, con gli accoppiettamenti dei nostri eroi a far da collante tra quidditch, qualche momento scolastico, le escursioni tra i ricordi riguardanti il giovane Tom Riddle, una o due litigate coi cattivastri e altre mondanità assortite.
L'evoluzione del piano di Malfoy la intuisce chi ha letto il libro quando lo vede ogni tanto intento ad aprire e chiudere le ante di un armadio e infilarci roba che ne esce male, mentre la scoperta di chi sia il Principe Mezzosangue viene ridotta a una battuta (ove il novello Renato* esclama qualcosa del tipo "sono io il principe, sorcino rintronato di un Potter!")
Ma soprattutto la parte dotata di pathos per eccellenza, la conclusione, viene banalizzata e privata di una qualche tensione da un'eccessiva fretta, da cui si salvano solo l'entrata in scena dei Gollum... mi correggo, degli zombi subacquei e la scena in cui tutti i convenuti alzano la bacchetta in segno di rispetto per il defunto, scacciando dal cielo il marchio dei Mangiamorte.
Altra cosa riuscita: l'atmosfera dark di tragedia incombente data da una fotografia su toni del grigio.
Tentativo di far sembrare che ci fosse una regia: insistiti voli d'uccello tra le vie di Londra e le guglie di Hogwarts.
Voglia di comprare il dvd per rivederlo con comodo, poca.
(Bella la versione estesa dello spot "storico" della Barilla. Ancora più fastidiosa che in tv la versione incollata dell'epopea dei cantantucoli Tim)


* l'altra comparsa musicale italiana ovviamente è Bellatrix Bertè.

15 luglio 2009

The ladykillers

Ancorché gravata da un non indifferente numero di anni, quasi un lustro, di colpevole e ingiustificato ritardo, nello scampolo di giornata or ora trascorso è stata mia cura procedere alla visione della produzione cinematografica che ha visto alla regia i celeberrimi ed apparentati Joel ed Ethan Coen, rispondente all'evocativo titolo già utilizzato per distinguere il presente da altri post.
Coadiuvati dalla presenza di un certo numero di artisti dalle riconosciute abilità recitatorie, dei quali ritengo doveroso citare a esempio Tom Hanks e J. K. Simmons, e senza lasciare che cada nel dimenticatoio la radice british dell'omonima commedia di cui questa si pregia di essere un remake, alla quale non v'è dubbio che sia dovuta quell'apprezzabile venatura di nonsense e di ineluttabilità di un fato non privo di humor, quello che i cineasti originari della più nota delle città dello stato del Minnesota hanno preparato, se mi si permette l'analogia con la mai troppo apprezzata arte della cucina, è un piatto dalle non trascurabili virtù. non ultime la perizia registica e una gradevolissima caratterizzazione dei personaggi.
La solitaria cittadina della Louisiana che ha l'agio di essere presa a teatro dei fatti qui narrati, oltre all'incrollabile fede che si fa puntello delle celebrazioni in stile gospel della locale chiesa e alla ben radicata presenza dei valori di un tempo in cui le persone erano educate con i vicini e timorate del Signore, è anche sicuro attracco e sede degli uffici e in particolare del caveau di un casinò galleggiante sul fiume Mississipi, che la lambisce placido.
Ad essere attratto dai lauti guadagni dello stesso e dalle possibilità che a un'abile azione di natura criminale volta all'alleggerire il caveau possa arridere il successo, è un eterogeneo gruppo di soggetti non del tutto raccomandabili, guidati dell'eloquio forbito e dalle indubbie capacità tattiche del sedicente Professor Goldthwait Higginson Dorr, studioso delle lingue del passato e cultore della musica rinascimentale, tutt'al più rococò, quella per cui, citando il dotto personaggio, sono stati inventati gli strumenti a suonare i quali esso stesso e i di lui colleghi si dilettano.
Costui si reca, ufficialmente in cerca di un luogo ove portare a termine le prove del composito gruppo musicale, ufficiosamente desideroso di poter usufruire della cantina e dei muri di friabile terreno a cui essa conduce e che assai poco distano dal danaroso luogo di custodia, dalla legittima proprietaria della casa, la signora Munson, chiedendo l'onore e l'onere di poter divenire l'affittuario della stanza che essa offre a un pubblico selezionato e non fumatore.
Una volta concluso l'accordo e presentati alla gentile ospite gli altri componenti dell'ensemble, Pancake, l'esperto di esplosivi ed altri ritrovati della tecnica perforatoria, Gawain, che farà da basista interpretando il ruolo dell'uomo delle pulizie al casinò, il Generale, proveniente dal lontano oriente, tanto efficiente quando si tratta di tunnel (e omicidi), quanto parco di parole ed infine l'atletico ma ahilui scarso d'intelletto Lump, qui facente funzioni di muscoli atti al picconamento, tra sempre apprezzabili declamazioni poetiche del sommo Poe, incomprensioni e intoppi di varia natura, il piano truffaldino giunge allo sperato compimento. E, dopo di ciò, trova il suo epilogo nell'esplosione atta a rimuovere il tunnel utilizzato a scopi criminosi, proprio mentre la scrupolosa signora Munson prepara il tè per le amiche della parrocchia, conducendo l'anziana ma risoluta vedova alla perigliosa scoperta del misfatto, di cui riceverà conferma una volta messo alle strette il Professor Dorr.
La di lei poco velata intimazione a restituire il maltolto e chiedere perdono a Dio, pena la denuncia all'autorità competente e il sicuro trascorrere degli anni futuri nelle patrie galere, convincono il bizzarramente assortito gruppo, non di quanto suggerito dalla vetusta padrona di casa, ma della necessaria dipartita di questa, operazione il cui assolvimento si rivelerà alquanto più difficoltoso del supposto.
Inutili, laddove non impossibili, saranno tutti i tentativi tirati a sorte dai niente affatto grati esecutori, i cui corpi privi di vita in quanto vittime del fato beffardo, seguiranno l'un l'altro nell'atterraggio, dopo il librarsi giù dal ponte cittadino, sui maleodoranti sacchi dell'immondizia locale, allontanata dai civili confini per mezzo di poco romantiche chiatte dirette verso un'isola discarica posta nella baia.
Ludibrio supremo, il danaro frutto di sudore e sangue verrà lasciato dal corpo di polizia, convinto dei vaneggiamenti dell'anziana, ad essa medesima e devoluto a un'università di orientamento ecclesiastico, approvata dal partecipativo ritratto del defunto signor Munson.


(NdR: lo stile di scrittura utilizzato nel presente post non è che una pallida imitazione di quello ridondante e teatrale sfoggiato dal Prof Dorr per tuuuuuutto il film)

The vomity vomity cat*

Povero micio vomitello... proprio quando ce l'ho in custodia io deve farsi venire gli acciacchi?
A quanto pare, le tendenze a disfarsi del cibo dal lato sbagliato del sistema digerente gli venivano da un'infezione intestinale a sua volta derivata da eccessi di placca e tartaro (e chi se l'immaginava che i gatti hanno di questi problemi) sui denti, conseguenza del fatto che, come un po' tutti i felini, gli bastava fare un po' di fusa e gli occhioni dolci a qualunque umano nei paraggi per ottenere tutto quel che voleva da mangiare.

E così, chi di ingozzata (lo stomaco) ferisce, a microporzioni di tonno al naturale e pollo in umido finisce.



* finalmente una scusa per citare Felix the Cat!
Una migliore no? No, ci si accontenta di quel che c'è.

13 luglio 2009

Recuperi filmici

In queste sere sto tentando di recuperare qualche film disperso nei passati meandri del "sì, lo guardo dopo".
Operazione che non potrà dirsi conclusa finché non avrò rispolverato quel Cavaliere Oscuro che aspetta da un anno circa, ma prima o poi toccherà anche a lui.
Nel frattempo, ieri sera è stato il turno di The Kingdom (2007...) e stasera di Terminator Salvation (che almeno è di questo trimestre).

The Kingdom ha un gran bell'inizio. Una presentazione animata, arricchita da immagini e proiezioni d'effetto riassume in pochi minuti la storia del regno in questione, l'Arabia Saudita, evidenziando come il controverso paese in cui cultura islamica e filo-occidentale convivono non sempre pacificamente e l'alleato statunitense siano legati a doppio filo dall'oro nero. Fili su cui, dopo l'undici settembre, ci si muove ancor più all'insegna della diplomazia e della "cortese collaborazione".
A portare lo spettatore verso risvolti più concreti ci pensa il fattore scatenante: una tranquilla giornata in un insediamento americano viene annientata da una catena di attentati terroristici, in cui muoiono oltre ai civili e alle guardie di sicurezza locali, anche due agenti dell'FBI. Il che conduce a Ryad, dopo aver ottenuto il permesso a colpi di favori e velate minacce, una piccola squadra di agenti con il compito, a seconda da come lo si guardi, di scocciare/cercare vendetta/osservare/collaborare alle indagini per 5 giorni.
Questa, con l'aggiunta che i nostri riusciranno a combinare più o meno quello che volevano, è la storia. Storia che devia praticamente subito sul tema dell'incontro/scontro di culture, piuttosto che sulle indagini propriamente dette (che, sì, sono la scusa ufficiale, quindi ci si arrabatta, ma da quel punto di vista è tutto troppo facile o troppo basato su intuito e casi fortuiti), con i rapporti tra la polizia saudita e gli ospiti occidentali che iniziano a base di freddezza, rigidissime regole e diffidenza, per ammorbidirsi via via che i rispettivi capi trovano punti in comune.
Ecco, più o meno qui è dove ho pensato del colonnello arabo "questo entro fine film ci resta secco, a sigillo dei rapporti collaborativi" e infatti, una mezzora dopo...
Diciamo che, a dispetto del buon potenziale, lo sviluppo si fa alquanto prevedibile: i nostri arrivano da invasori sopportati a stento e se ne vanno da compagni d'arme, con in mezzo lo sgominamento di una minaccia terroristica di arabi cattivi, seminatori d'odio e traviatori di giovani generazioni.
Aggiungendo scene d'azione discrete e un buon sfruttamento delle location arabe, ne viene fuori un film sufficiente ma che non si sforza troppo di scendere oltre la superficie dei temi di cui sopra.

Terminator Salvation invece con le scene d'azione e gli effetti speciali ci dà dentro in abbondanza. E ci mancherebbe altro: da quel punto di vista dovevano superare se non doppiare l'insistito sbriciolamento di mezzi di trasporto e l'acceleratore di particelle usato come calamitona di T3 e dare modo a McG e Michael Bay di litigare su chi ha i robot più fighi nel proprio film.
Dopo tre pellicole e una serie in cui tutti cercano di scongiurare l'avvento di Skynet, si cambia scenario: 2018, la guerra con le macchine è già in atto da un pezzo e, a forza di pasticciare col passato, ora John Connor non è nemmeno a capo della resistenza.
Ne è comunque un ufficiale di medio livello, dotato della propria squadra di fedelissimi soldati e di un seguito tutt'altro che indifferente di persone convinte che lui sia il prescelto che li guiderà alla vittoria, che ispira di quando in quando con messaggi radio pirata.
Ben (anzi, facciamo pure troppo) conscio del proprio ruolo di faro di quel che resta dell'umanità, John unisce ora alle sue attività predilette, riascoltare i nastri di mamma e preoccuparsi di mantenere in vita a distanza Kyle Reese, anche quello di beta-tester per l'arma definitiva individuata dai superiori: una (bassa) frequenza radio capace di disabilitare tutte le macchine.
Mentre le alte sfere gongolano nel loro sottomarino e Connor si atteggia a rude e incazzoso comandante in campo, da una base sperimentale di Skynet appena distrutta (con fungo non-atomico d'ordinanza e vittime in quantità) salta fuori Marcus Wright, un condannato a morte che anni prima aveva donato il proprio corpo alla scienza, nelle fattezze della Cyberdyne, la società responsabile dell'attivazione di Skynet. Spaesato dal mutamento di scenario e, si suppone, anche dagli esperimenti operati sul proprio corpo, Wright si dirige verso la città più vicina, Los Angeles, dove guarda caso si unisce a Kyle Reese e alla di lui aiutante Star.
Il tentativo di unirsi al grosso della resistenza da parte di questi ultimi finisce male: dopo aver girato per un po' in un mondo post-apocalittico in cui ben poche cose funzionano, e dopo un lungo e rocambolesco inseguimento da parte di modelli di Terminator mai visti prima (belle le moto!), Kyle e Star finiscono catturati da un robottone con vano prigionieri, che se li porta verso la sede centrale di Skynet e Marcus viene più o meno salvato dall'intervento di tale Blair... più o meno nel senso che finiscono entrambi appiedati e mentre tornano alla base della resistenza lui ha l'occasione per salvarle la vita.
Neanche il tempo di arrivare e un pezzo del campo minato magnetico si appiccica a una gamba di Wright ed esplode, portando Connor & co. a scoprire che questo tizio è ben più di quel che sembra: una specie di anello mancante tra uomo e macchina, con cuore umano, così come la coscienza, cervello metà e metà e corpo da macchina.
Sorvolando su un altro paio di salvataggi con inseguimenti e sparatorie assortite e la vista di un modello di Terminator subacqueo/vermoso, i due scendono a un compromesso di mutua utilità: Wright si infiltrerà, grazie alla sua forma sintetica, nella base delle macchine, troverà il luogo detenzione di Reese e lo comunicherà a Connor e soci, che andranno a salvarlo.
Ah, ci sarebbe anche l'attacco programmato dagli alti gradi della resistenza, ma basta uno dei discorsetti del dj dilettante perché nessuno dei soldati voglia più alzare un dito.
Detto-fatto, il piano sembra funzionare... per 10 minuti circa, dato che, come ci informa la stessa furbissima Skynet nello spiegone:
a) Marcus Wright non è stato fatto così solo per risparmiare sui pezzi, ma per essere il perfetto infiltrato tra gli umani, e portare lì John Connor;
b) dentro la cella spacciata per quella di Kyle Reese c'è il primo modello di T-800 (nome in codice: Governator), ben deciso a fare un frullato del suo obiettivo, anche a costo di passare in mezzo a una colata di metallo incandescente e agli sbuffi del sistema di raffreddamento;
c) la storia della bassa frequenza spegni-macchine era una balla, nonché un modo per carpire il reale collocamento del sommergibile dei capi della resistenza, che infatti fanno una fine indegna.
Si mette male, quindi? Molto, ma la forza del cuore umano che batte negli ardimentosi petti dei nostri eroi è inarrestabile, come pure lo spirito di sacrificio dell'ex condannato che scambia il proprio con quello irreparabilmente ferito dell'ormai capo della resistenza.
E così, una battaglia è stata vinta, ma la guerra no: le macchine infestano ancora tutto il pianeta, ma finché c'è Connor c'è speranza... anche per altri seguiti.

Dal fatto che il riassunto sia più lungo due righe, si nota come stavolta, oltre a curare la parte puramente action, si siano messi un po' più d'impegno per scrivere un soggetto che andasse oltre "un robottone venuto dal futuro vuole uccidermi". E' servito? Insomma.
Non che non apprezzi lo sforzo, ma ci sono comunque dei passaggi che si possono ritenere ragionevoli solo nel caso in cui si segua la logica dell'utile per la sceneggiatura: Wright che viene fuori proprio in tempo per andare a prendere il suo posto nel piano di Skynet, o sempre lui che incoccia per caso proprio Kyle Reese e lo trova tanto simpatico da volerlo salvare alleandosi con della gente che lo detesta... Blair che manda al diavolo tutti i suoi compagni umani per far scappare una macchina, Connor che ci si allea tranquillamente e, quando gli si ferma il cuore, lo fa ripartire coi cavi della batteria, Skynet che ha la brillante idea di fabbricare un prototipo di Terminator con un "motore" tanto debole e sempre Skynet che una volta individuato e catturato Reese non l'ammazza all'istante risolvendo ogni problema ma lo tiene da parte per farne un'esca inutile.
E altri ce ne sarebbero. Però... vabbè, la parte fracassona va più che bene, gli effetti speciali, la vasta gamma di Terminator e i numerosi inseguimenti/sparatorie fanno la loro bella figura... facciamoceli bastare.

Se vivessi da sola...

...probabilmente cenerei sempre così:
Posso giocare il jolly dell'"ero di fretta", sì?

11 luglio 2009

Arrivarci, alla fine

Sarò breve: ho guardato Watchmen. O almeno le prime due ore, durante le quali ho avuto almeno 3-4 colpi di sonno, dopodiché mi sono arresa e ho spento prima di finire definitivamente addormentata sul divano.
I titoli di testa sono bellissimi e valgono l'intero film... peccato che l'intero film non valga i titoli di testa.
Pur essendo acusticamente molto, forse troppo, furbo (chi non conosce o comunque non trova familiari i brani della colonna sonora?), più si procede più ci si perde nella ricerca titilla-nerd della similitudine col fumetto, che si nota dall'ulteriore rallentamento di un film che già di suo fa grande uso di slow-motion e dal posizionarsi di un po' tutti in pose plastiche come a voler dire "guardami, guardami, sono un'inquadratura uguale a quella di pagina 253".
E a poco vale, con un regista che non ci mette polso, combattuto com'è tra l'aderenza all'opera originale e la necessità di sfornare un film che venda, l'impegno scenografico e non solo nel rendere credibile la linea temporale alternativa nixoniana.
Per non parlare degli abbondanti effetti speciali utilizzati per produrre scene d'azione inutilmente splatter o di un Ozymandias che sembra un cretino pomposo, piuttosto che l'uomo più intelligente del mondo.
Quand'è uscito ho letto di spettatori arrabbiati per la modifica del finale... almeno loro ci sono arrivati, io non so se avrò tempo e voglia di guardare quell'ultima mezzora.

"Mi raccomando il Pet"

Il parentume se ne va al mare e cosa lascia da fare assolutamente e con mille raccomandazioni?
Badare ai canarini? Lavare le tende e le fodere dei divani? Occuparsi finalmente della cernita tenere/buttare del ciarpame che sta in cantina? Le grandi pulizie? Scoprire come diamine si disabilita la tastiera su schermo all'avvio di Vista?
Sono tutte cose da fare ma... no, la preoccupazione principale riguarda la pulizia e il nutrimento dei rispettivi animali virtuali in Pet Society, a sua volta dentro Facebook.
E io che pensavo di averla scampata quando il Tamagotchi è finalmente passato di moda...

9 luglio 2009

Una botta di buonumore / sexies*

Evoluzione & involuzione nostrana:
(a me è arrivata così com'è per email... se qualcuno riconosce l'autore può indicarmelo, così lo cito per bene?)


* è latino, o malpensanti.

8 luglio 2009

Sul letto

Dopo la fontana di Fabriano, dopo la silhouette potteresca, dopo V e le sue considerazioni politiche, è venuta nuovamente l'ora di cambiare il poster che sormonta il mio letto. Il nuovo è questo:

Solo che stavolta il processo è stato più complicato, e alquanto più costoso, dei precedenti compra-applicalestecche-appendi.
Il perché si riassume in una sola frase: questo poster non esiste. O almeno, non così.
Trattasi in effetti di una composizione manufatta (vabbè, photoshoppata) da me medesima sulla base di questa stampa, utilizzando i disegni realizzati da J.H. Williams III per Detective Comics.
La cosa più complicata, in effetti, non è stata scegliere le immagini (non sarò un asso della creatività... anzi, nemmeno un due di picche della creatività, ma a copincollare ce la faccio) e nemmeno procurarmi un computer ben più potente del mio che potesse permettermi di lavorare con risoluzioni di svariate migliaia di pixel: il difficile è stato non far capire cosa stavo combinando, sempre per non rimediare l'ennesima figura da nerdastra non abbastanza cresciuta.
Fatto quello, ho ripescato il sito che mi era capitato di utilizzare per fare due conti tra pixel e formati di stampa qualche post fa, appioppare loro i 16,9 MB di malloppo, pagare e aspettare il recapito. E la domanda "ma hai comprato un albero di natale?", dovuta all'aspetto prismoidale del pacco utilizzato.
La stampa, 70x100, s'è rivelata proprio buona, come pure la scelta della carta fotografica opaca, più pesante di quella solitamente utilizzata per questo genere di cose. Direi che va molto bene.

Ah, dato che ho utilizzato immagini con © altrui ("degli aventi diritto"), seppur assolutamente non a scopo di lucro, il minimo è stato fare una donazione a Hero Initiative, a favor di cui è stata creata l'immagine di base.
Insomma, tra una cosa e l'altra, non è stata un'operazione economicissima, ma (purtroppo?) io sono così: succede di rado, però quando qualcosa mi prende, mi prende.

5 luglio 2009

La fine di ER

Nonché la prima volta che ne guardo una scena in inglese:


Quindici anni di trasmissioni, tredici in Italia, dieci da che ho iniziato a seguirla io (chiaramente recuperando gli episodi precedenti).

Bel finale, coi tanto spoilerati ritorni dei pezzi persi per strada (del più inatteso non sapevo, e infatti ha sortito il suo effetto "chiusura di cerchio" meglio di altri) ma senza la deriva strappalacrime che ci si poteva aspettare. Ho gradito.